11 luglio 2022 Il peso delle parole…11-7-2025

Undici luglio 2022. Sono passati esattamente tre anni da quella data.
Dopo due travagliate settimane di ricovero, arrivava il verdetto di quella dannata risonanza.
Dopo lunghe ore di attesa, mi ritrovavo catapultata in una saletta dalle pareti colorate, con immagini di personaggi Walt Disney, per ascoltare le parole più orribili che abbia mai potuto udire,
Mentre prestavo attenzione a ciò che mi veniva detto dai dottori:
…la risonanza evidenzia un cervelletto atrofizzato, la materia grigia e bianca risultano già alterate. Senza dubbio si tratta di una malattia neurodegenerativa. Faremo ulteriori indagini genetiche nella speranza di ottenere una diagnosi…

Le pareti, all’improvviso, diventarono nere e io, insieme a Topolino, Minnie, Pippo e Paperino, venivamo risucchiati da quelle parole lapidarie.
Sentii il terreno sparire sotto i piedi, il buio pesto avvolgermi insieme alla disperazione.
Non ho mai pianto così tanto in vita mia.
Per molto tempo, non riuscivo a ricordare nulla di ciò che mi veniva detto, ero persa nel mio mondo, incapace di interiorizzare.
Quando i medici spiegavano cosa stesse succedendo, la mia memoria vacillava e ogni incontro era come una fuga mentale.
Ma in quella saletta avevo afferrato il significato di ogni singola parola, intuendo la gravità che fino ad allora avevo ignorato, forse perché rifiutavo di vedere.
Sono passati tre anni da quel giorno, tre anni da una Letizia che rideva a crepapelle mentre tramava scherzi;
da una Letizia che cantava e si muoveva smorfiosamente, aggrappata al letto d’ospedale;
da una Letizia con il suo tablet fuxia che fotografava dottori e infermieri facendo facce buffe;
da una Letizia che colorava la principessa Elsa con tutti i colori dell’arcobaleno;
da una Letizia che voleva le trecce, il profumo, lo smalto e il rossetto per regalarmi baci a stampo, spalancando i suoi occhi furbi e meravigliosi prima di scoppiare in una risata fantastica.
In quella maledetta saletta, quel giorno, qualcosa dentro di me si spense.
Nonostante la fede, nonostante la speranza, sapevo che nulla sarebbe stato più uguale.
Eppure, mio sono aggrappata con tutte le mie forze al tempo che ci restava.
Ho cercato di vivere ogni istante con la mia perfetta Letizia, assaporando ogni secondo.
Un soffio, una vita intera racchiusa in tre anni.
Potrei sembrare una madre forte, forse lo sono, ma solo in apparenza.
Dentro di me è rimasto solo un campo di macerie, come dopo una guerra, come dopo un terremoto.
Eppure continuo a reagire. Anche quando non ce la faccio, reagisco.
Striscio, ma avanzo.
Amo immensamente chi dipende da me.
L’amore e il dovere di madre mi muovono come fili invisibili, come una marionetta che si alza ogni volta.
Si, sono crollata.
Anche se all’esterno sembra che io proceda, dentro striscio.
La malattia ha cambiato il mio stato, ha mutato ogni cosa, eppure porto avanti ogni gesto, ogni cura, ogni respiro. Letizia è ancora viva.
Non aggiungo altro.
Davanti a questo dolore ogni parola si sgretola.
Non riesco a pronunciarle, non riesco a dare forma ai pensieri, ai sentimenti, al mio dolore di madre.
Forse preferisco così: se le ricomponessi, queste parole sarebbero bombe, capaci di annientare e polverizzare la realtà.
Distruggerebbero le aspettative degli altri.
E io non potrei sopportarlo.
Molti preferirebbero che io mentissi, che raccontassi una favola.
Ma io non posso.
Le mie sono parole vere, parole che fanno male, parole che appartengono a una malattia che non lascia scampo.
Ultima fermata: sporadici sorrisi.
Un lutto già annunciato, diverso da quello iniziale, che prosegue senza chiedere permesso da tre anni.
Prossima fermata: abituarsi.
Un verbo che non si veste, che mi lacera.
Lo pronuncio e mi sento uccisa.
Mi scandalizza più della parola “morte”.
Alla fine, forse dovrò cucirmelo addosso, ma preferisco cercare un sinonimo che sia su misura per me: adattarsi, assuefarsi, addestrarsi, allenarsi, autodisciplinarsi… ma “abituarsi” mai.
Eppure, in questo abisso, scopro qualcosa: anche quando mi sembra di non farcela, io ci sono.
Ci sono per Letizia, per i miei figli, per la nostra vita.
Anche se striscio, la mia mano cerca la sua, e in quel tocco c’è ancora un mondo intero.
Forse non vincerò mai questa battaglia, ma la sto combattendo fino all’ultimo respiro.
E in mezzo alle macerie, a volte, trovo un fiore minuscolo che sboccia.
Un sorriso. Un ricordo. Un attimo di luce.
Un frammento di eternità.
E’ questo, nonostante tutto, è vita.
E’ amore.
E’ resistenza.

Caterina Rinaldi
Tratto dal libro “Un giorno il cielo splenderà più del solito”

Lascia un commento